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Armenia: ultima frontiera

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Temi caldi

In inglese c'è un detto molto comune: 'be careful what you wish for'. Si adatta molto bene all'Armenia, che ora come ora galleggia fra mondi diversi. In fondo è anche la sua cifra. Un popolo antico, primo regno cristiano della storia, un genocidio alle spalle. E già così, il Paese si presenta al tavolo del Grande Reset del 21esimo secolo con un bagaglio pieno. Terra di cerniera tra est e ovest, nel corso della sua storia l’Armenia ha vissuto sia periodi d’indipendenza che di autonomia sotto i signori del momento -- gli assiri, i medi, i greci, i parti, i romani, poi l'Impero sasanide, quello bizantino, degli Arabi, dei Mongoli, quello ottomano, dell'Iran e, infine, il dominio russo-sovietico. Ora, sotto la guida di Pashinyan, fondatore del partito di governo Contratto Civile, l’Armenia si sta sganciando dalla sfera d’influenza di Mosca per avvicinarsi all’Unione Europea. Ed è una scelta che potrebbe avere conseguenze radicali, sia per la regione che per l’Ue.

A inizio maggio Erevan ha ospitato il summit della Comunità Politica Europea (EPC), il primo vertice istituzionale con l'Unione Europea, con la relativa firma di documenti chiave per approfondire le relazioni, la visita di Stato del presidente francese Emmanuel Macron, che nelle regioni più meridionali è stato accolto come una rockstar (il video in cui il capo dell'Eliseo canta la Bohème di Charles Aznavour, che era di origine armena, accompagnato alla batteria proprio da Pashinyan, ha fatto il giro del web). Il messaggio non poteva essere più chiaro. I leader, al termine del programma culturale della EPC, sono stati investiti dalle note dell'Inno alla Gioia di Beethoven-Schiller, il simbolo dell'Europa. "Il luogo dove si è tenuto il summit ha fatto metà del summit", ha confidato un alto funzionario europeo a bocce ferme.

L'Europa, come mai prima d'ora, ha notato l'Armenia. E' una buona notizia. "Per la sua storia, merita di stare al centro dell'Europa", ha detto il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa nel corso della visita. Con Ursula von der Leyen ha controfirmato investimenti pari a oltre 2 miliardi di euro per sviluppare il cosiddetto corridoio centrale, nuova via della seta per rendere più veloci e sicuri i commerci tra Oriente e Occidente, portato avanti il lavoro per l'abolizione dei visti, rafforzato la cooperazione con Frontex. L'Ue inoltre ha messo sul tavolo l'attivazione dell'unità di crisi contro le interferenze straniere (leggi la Russia) in vista delle elezioni, così come aveva fatto per la Moldavia. La brutta notizia è che tutto ciò è stato notato notato pure a Mosca.

Al vertice dell'Unione Economica Eurasiatica - di cui l'Armenia fa parte - svoltosi ad Astana, Vladimir Putin ha emesso un durissimo avvertimento all'Armenia, affermando che l'integrazione con l'Unione Europea "è incompatibile" con i legami economici con Mosca, agitando lo spettro di ritorsioni economiche e scenari destabilizzanti. Lo zar ha poi intimato a Pashinyan di svolgere un referendum, per scegliere se stare di qua o di là. Certo, i due blocchi - che sono in primis unioni doganali e commerciali - sono in effetti due progetti concorrenti. Con una grossa differenza. L'Unione Economica Eurasiatica è il presente sicuro, l'Ue uno scenario entusiasmante ma lontano nel futuro.

Putin lo sa e gioca sulle paure degli armeni. Che non vogliono finire come l'Ucraina.

ARMENIA-EU-POLITICS-DIPLOMACY © ANSA/AFP

Il filo va riavvolto sino alla primavera del 2018, quando le proteste di piazza hanno piegato l’allora governo in carica e promosso Pashinyan, ex giornalista e deputato, a stella nascente della politica armena. La transizione è avvenuta pacificamente - prendendo il nome di Rivoluzione di Velluto - e ha avviato un processo di riforma costituzionale, che ha visto la riduzione dei poteri del presidente e il contestuale rafforzamento del ruolo del premier e dell’esecutivo.

   Poi, è arrivata la guerra. Mentre il mondo era alle prese con il Covid, l’Azerbaijan nel 2020 - dopo decenni di sviluppo garantito dal petrolio e dal gas del Caspio - ha finalmente deciso di risolvere l’annosa questione del Nagorno-Karabakh con la forza. Il piccolo territorio abitato da una minoranza armena, in territorio azero, formalmente autonomo ma non riconosciuto dalla comunità internazionale, è stato conquistato in pochi mesi di offensiva, sostenuta politicamente dalla Turchia. Alla fine la Russia ha negoziato una tregua. Mosca, però, non ha mosso un dito per difendere l’Armenia, nonostante faccia parte del Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Euroasiatica, create dal Cremlino dopo il crollo dell’Unione Sovietica per garantirsi comunque una sfera d’influenza.

   Sulla carta, aveva tutte le ragioni per non farlo, dato che il Nagorno-Karabakh non rientrava nei confini ufficiali dello Stato armeno. Ma la scelta di restarsene con le mani in mano fu vista come una sorta di punizione da parte di Vladimir Putin contro Pashinyan, colpevole di non essere sufficientemente allineato alla politica dello zar. Lo scenario si è ripetuto nel 2023, quando il presidente azero Ilham Aliyev ha sferrato un altro colpo all’Armenia, attirandosi le critiche della comunità internazionale per quella che è stata definita una pulizia etnica. Poi è successo l’imprevedibile. Pashinyan, dando sfoggio di pragmatismo e coraggio politico, ha capito che il Paese, militarmente parlando, non aveva chance e ha puntato tutte le sue fiches su un processo di pace con l’Azerbaijan e la Turchia offrendo agli armeni una visione: prosperità e sviluppo in cambio della rinuncia alla rivincita. In questo contesto è arrivata la svolta, ad esempio congelando la partecipazione al Trattato di Sicurezza Collettiva, la Nato di Mosca. "Eravamo ad un passo da uscire ma a Bruxelles e Washington ci hanno scoraggiato", confida all'ANSA un alto funzionario armeno.

A Erevan - città in vero moderna, molto verde, dalle strade curate, dove sfrecciano auto europee turbodiesel e vetture cinesi elettriche - il crocevia di mondi e culture lo vedi e lo senti: il russo è più diffuso dell'inglese, le compagnie aeree russe volano accanto alle low-cost europee, i taxi li ordini con l'app Yandex, come a Mosca.

   Zoro vende flauti di legno tradizionale al mercato Vernissage del centro, meta turistica imprescindibile. "Ho grande rispetto per l'Europa ma le nostre mentalità non coincidono del tutto, viviamo in modo diverso", confida. "Oggi l'Europa è amica ma i governi cambiano, questo è un mondo impazzito, e noi siamo nel blocco con Mosca. Guardate cosa accade in Ucraina. Dobbiamo essere molto cauti, non offendere nessuno". Zoltan, poco più in là, vende tappeti. Lui è più netto. "Conosco la Russia, non mi piace. Preferisco di gran lunga l'Unione Europea. Chiedere di entrare? Magari più avanti, non ora". Sonia invece serve i caffè al bar del mercato. "Noi siamo amici della Russia, ma della sua gente, non del suo governo. L’Europa? Non so, forse. È una domanda troppo grande per me, io sono una lavoratrice, non mi occupo di politica". Artur sceglie un approccio ecumenico. "Amiamo gli europei ma entrare nell'Ue? Non so, forse. Noi vogliamo essere amici di tutti: Unione Europea, Russia, Usa".

   Gira che ti rigira, si torna sempre lì. La geopolitica. "Gli istinti dell'ex potenza coloniale russa potranno essere rimasti gli stessi ma ciò non significa che il risultato debba essere uguale", commenta un'alta fonte europea a proposito delle attività maligne del Cremlino, volte a influenzare le elezioni del 7 giugno, in cui alle urne si sfideranno l'attuale maggioranza pro-occidentale e l'opposizione pro-russa.  "Il vertice Armenia-Ue è un simbolo del graduale, lento riorientamento geografico dell'Armenia verso l'Occidente. Abbiamo quattro grandi aree d'intervento. Il primo è la connettività. Il secondo è la sicurezza. Il terzo riguarda gli affari interni e la politica dei visti e il quarto è la parte economica, il sostegno continuo", spiega un alto funzionario europeo. "Come l'acciaio e il carbone hanno costituito il fondamento della pace e dell'Unione Europea, la connettività può svolgere lo stesso ruolo in questa regione". E oltre, serve aggiungere. Perché quando il lavoro di rammendo sarà ultimato, si potrà aprire il corridoio transcaspico (o corridoio di mezzo) per portare merci tra Europa e Cina aggirando sia la Russia sia la rotta marittima tradizionale.

   Il tempismo non potrebbe essere dei migliori, con la guerra in Iran che infuria e lo stretto di Hormuz bloccato. L'Armenia sarà pure piccola, ma si posizione come un tassello cruciale del puzzle che verrà.

Crocevia di Pace - RIPRODUZIONE RISERVATA

Il nuovo corso s'incardina sull'ambizioso progetto Crossroads of Peace presentato da Pashinyan nell'ottobre 2023. L'obiettivo principale è trasformare il Caucaso meridionale da una regione segnata da conflitti a un hub logistico e di trasporto globale, sbloccando i confini commerciali storicamente chiusi. Il governo intende collegare il Mar Caspio al Mar Mediterraneo (asse Est-Ovest) e il Golfo Persico al Mar Nero (asse Sud-Nord), riaprendo dunque le frontiere con la Turchia e l'Azerbaigian, sigillate da oltre trent'anni a causa del lungo conflitto nel Nagorno-Karabakh.

Il piano include il ripristino di tratte ferroviarie di epoca sovietica e la costruzione del Corridoio stradale Nord-Sud (lungo 461 km) e propone una rotta commerciale interna che colleghi l'Azerbaigian occidentale alla sua exclave del Nakhchivan attraversando la regione armena del Syunik (dove è stato in visita Macron, che nel capoluogo ha deciso di aprire un consolato francese). Erevan però ha fissato dei paletti. Tutte le infrastrutture stradali e ferroviarie devono rimanere sotto la piena sovranità e la legislazione del Paese che le ospita, ogni Stato deve gestire autonomamente i propri controlli doganali, di frontiera e la sicurezza stradale tramite le proprie istituzioni, le rotte devono essere accessibili a tutti i veicoli, merci e persone dei Paesi firmatari alle medesime condizioni, le infrastrutture possono essere impiegate sia per il transito internazionale che per il trasporto interno.

Il progetto di Pashinyan è nato anche come alternativa diplomatica al 'Corridoio di Zangezur' preteso da Baku e Ankara. Mentre l'Azerbaigian (con l'iniziale appoggio della Russia) chiedeva una striscia di terra extraterritoriale esente da controlli doganali armeni, il piano Crocevia della Pace riafferma fermamente il controllo istituzionale di Erevan sulle proprie dogane, respingendo qualsiasi monitoraggio di attori terzi. E qui si è inserito in scivolata Donald Trump con il suo TRIPP (acronimo di Trump Route for International Peace and Prosperity), ovvero il piano infrastrutturale e diplomatico strategico promosso degli Stati Uniti per essere la colonna portante della pace tra Armenia e Azerbaigian, integrandosi direttamente con gli obiettivi del 'Crossroads of Peace'. Sviluppato a partire dalla dichiarazione congiunta siglata a Washington l'8 agosto 2025, il progetto ha visto il suo culmine operativo nel maggio 2026 con la firma del Framework Agreement bilaterale tra il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il Ministro degli Esteri armeno.

TRIPP prevede la costruzione e la riabilitazione di una tratta ferroviaria e stradale di circa 40 chilometri che attraversa la provincia armena meridionale del Syunik (storicamente indicata da Baku come Corridoio di Zangezur). Oltre ai binari e alle strade, il piano include la posa di cavi in fibra ottica, elettrodotti e un gasdotto naturale. Il progetto risolve lo storico stallo geopolitico tra le richieste azere di un corridoio extraterritoriale e il rifiuto armeno di cedere sovranità. Gli Stati Uniti hanno ottenuto un mandato di 99 anni per supervisionare e gestire la rotta e, in pieno stile Trump, l'intenzione è quella di fare soldi, oltre che la pace. Inizialmente gli Stati Uniti deterranno infatti il 74% delle quote della società di sviluppo per fornire il capitale iniziale, mentre la quota dell'Armenia aumenterà nel tempo fino al 49% o oltre.

Ma qual è lo stratagemma per mettere d'accordo tutti? Il corridoio rimarrà sotto la giurisdizione e l'integrità territoriale dell'Armenia ma verrà applicato il modello front office/back office: i servizi a diretto contatto con i viaggiatori e le merci ai valichi di frontiera vengono affidati a operatori privati (front office), mentre le istituzioni armene mantengono la supervisione e la sicurezza statale (back office) in collaborazione con il supporto tecnico e logistico degli Stati Uniti. Per l'attuazione e la governance economica del progetto, gli Stati Uniti e l'Armenia hanno costituito la TRIPP Development Company (TDC), una joint venture societaria incaricata di regolare i flussi di trasporto, attrarre investimenti internazionali e ammodernare i valichi di confine. Attraverso questa intesa, gli Stati Uniti stabiliscono una presenza istituzionale ed economica formale nel Caucaso meridionale, assecondando la volontà di Erevan e Baku di diversificare le proprie alleanze esterne e ridurre la storica dipendenza da Mosca (e garantendo agli Usa di presidiare uno snodo commerciale cruciale del futuro). Oltre a strade e ferrovie, l'iniziativa infatti spiana la strada a corridoi di trasmissione elettrica e infrastrutture energetiche regionali, connettendo le reti azere a quelle della Turchia e dell'Europa. Certo, un dato salta all'occhio. Neppure questa volta l'Europa è stata in grado, da sola, di sigillare il disgelo tra Armenia-Azerbaijan-Turchia e tutelare al contempo i suoi interessi. "Ci mancano i muscoli, senza gli Usa non riusciamo a percorrere l'ultimo miglio", sospira un diplomatico europeo. 

Il TRIIP è progettato per gestire fino a 2 milioni di tonnellate di merci all'anno, riducendo i tempi di transito del 30% e abbattendo le tariffe commerciali del 15%. Ma come anticipato, si tratta di una tessera di un mosaico più ampio. Le organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale e la BERS prevedono che, una volta completati tutti i potenziamenti previsti - tra cui TRIPP - il corridoio di mezzo (o del Transcaspio) si trasformerà in un'importante arteria globale (peraltro ha già registrato una crescita vertiginosa negli ultimi tre anni, soprattutto come alternativa al Corridoio Settentrionale guidato dalla Russia). Vediamo un po' di numeri. Nel 2025, il Corridoio Centrale ha gestito circa 4–5,2 milioni di tonnellate di merci, in costante aumento rispetto ai 4,5 milioni di tonnellate registrati nel 2024, le spedizioni di container hanno registrato un aumento del 36% rispetto all'anno precedente, raggiungendo un totale di circa 77.000–80.000 TEU con un tempo medio di transito dalla Cina all’Europa, ad oggi, di circa 18 giorni. Si tratta di un tempo significativamente più breve rispetto alle rotte marittime (35–45 giorni) e competitivo rispetto alla rotta settentrionale attraverso la Russia (20–25 giorni). Le proiezioni al 2030 indicano 11 milioni di tonnellate di merci, 300.000 TEU con 14-15 giorni di viaggio mentre, a target raggiunti nel 2040, si guarda ad oltre 100 milioni di tonnellate, circa 500.000 TEU e 12 giorni di transito.

L'attrazione geopolitica è chiara. Si aggirerà la Russia, l'Iran e tutti i colli di bottiglia delle rotte marittime - stretti di Taiwan e di Malacca - dando al contempo libertà politica ai Paesi dell'Asia centrale, che sempre di più potranno affrancarsi dalla tutela di Mosca e Pechino. Il futuro dell'Armenia - e in parte dell'Europa - si gioca tutto qui. Costa e von der Leyen lo hanno evidenziato chiaramente nel corso del vertice EU-Armenia. "La chiave è questa frase che abbiamo sentito dai nostri partner europei: l'Armenia siede sulla rotta più breve fra est ed ovest", ha detto Pashinyan rispondendo ad una domanda sugli effetti concreti della cooperazione con l'Ue. "Potenzialmente per noi potrebbe tradursi in un valore di centinaia se non miliardi di dollari, o euro o dram (la valuta locale, ndr)". "Quello che un tempo era una pessima collocazione geografica e geopolitica è diventata al contrario ottima. Ora servirà a mettere a terra la nostra visione di Paese prospero e aperto".

Opposition rally in Armenia © ANSA/EPA

Al voto, il 7 giugno, alle urne ci sarà in ballo tutto questo. E molto altro, ovviamente. Il candidato principale dell'opposizione, Narek Karapetyan, che guida l'alleanza “Armenia Forte”, è segnato dagli stretti legami finanziari e politici che la sua famiglia intrattiene con Mosca. Lo zio di Narek, Samvel Karapetyan, è un miliardario russo-armeno e fondatore del Tashir Group, con sede a Mosca. Ha la cittadinanza russa e da decenni è una figura di spicco dell'economia russa, avendo ricoperto a lungo il ruolo di subappaltatore per Gazprom